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E' tutto inutile! PDF Stampa E-mail

Il dottor Serti si chinò sulla sua paziente. La maschera dell’ossigeno vibrava emettendo uno strano suono, a cadenza regolare, che lui conosceva molto bene. Ogni volta che lo sentiva immaginava di veder comparire, da un momento all’altro, un mucchio di lumache striscianti e invece si trattava solo di corpi umani esausti che si aggrappavano strettamente alla vita impiegando le ultime energie per fare ciò che le persone sane non si accorgono nemmeno di fare: respirare! Ogni respiro, ogni striscio di lumaca, significava che la partita con la morte veniva prolungata, di minuto in minuto e questa cosa, là dentro, nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale geriatrico di Genziana, era considerata una vittoria.

Guardò a lungo il volto emaciato di quella vecchia che un tempo, lontanissimo oramai, doveva essere stata una donna molto bella. Stava arrivando la fine per lei, ma il suo compito di medico era quello di allontanare il più possibile quel momento. Era stato chiamato per questo.

Si avvicinò di più ancora, in modo che quelle orecchie potessero sentire almeno qualche parola di quello che stava per dire.

«Signora, dobbiamo operare. Il tempo in questi casi è vita. Più aspettiamo e peggio sarà.»

La vecchia stralunò gli occhi.

«Deve arrivare... sicuramente... Tra non molto...» trovò la forza di dire tra un respiro e l’altro.

«Chi deve arrivare?»

Ci fu una lunga pausa, intercalata da un rantolo sinistro.

«Senta, facciamo così» continuò il dottore «Adesso noi procediamo e quando si sveglia potrà tranquillamente conversare con questa persona, d’accordo? Che ne dice?»

«Verrà... a breve» ripeterono quelle labbra serrate.

Il dottor Serti guardò rassegnato la sua paziente. Quella donna era testarda più di un mulo! Sapeva che non rimaneva nient’altro da fare che assecondarla.

La vecchia allungò debolmente il braccio e indicò verso di lui.

«E’ sulla strada...» disse.

Dopo qualche minuto in cui parve riflettere sul da farsi, il dottore fece distrattamente un segno di assenso e uscì con passo lento dalla stanza. Raggiunse il suo studio in fondo al corridoio e decise di attendere che qualcosa, o qualcuno, convincesse la sua paziente a iniziare l’operazione. La signora era stata avvisata, lui il suo dovere lo aveva fatto. Se voleva scherzare con la morte, questo non era affare suo. Che cosa poteva farci lui? Niente. Aspettare e basta. Ma sapeva che più passavano i minuti e più le speranze svanivano lentamente. A quanto pareva a quella donna non importava un granché di morire. Voleva rivedere non si sa bene chi un’ultima volta, a lei importava solo questo, poi la morte avrebbe potuto tranquillamente portarsela via. Il dottore temeva addirittura che se fosse arrivata quella persona e lei l’avesse vista, poi avrebbe rifiutato anche di farsi operare. E questa era una possibilità da non scartare affatto.

Mentre pensava a questo il dottor Serti non sapeva che oramai il problema non si poneva più. Qualche minuto più tardi vennero a chiamarlo. La signora Orti era spirata.   

Anche se era abituato a ricevere notizie del genere, il dottore rimase comunque sconvolto nell’apprendere che quella vecchia non aveva fatto in tempo a rivedere un’ultima volta...chi?

Aveva detto solo "verrà". Adesso che quella poveretta era morta sentiva una morsa allo stomaco. Era spirata completamente sola, aspettando. Decise di cancellare quella triste immagine dalla sua mente. Aveva bisogno di uscire da quel posto e di svagarsi. Tutto qui. A volte la stanchezza poteva giocare brutti scherzi anche ai luminari più esperti. Si faceva forse prendere dal panico solo perché una sua paziente era morta? Ne morivano tanti là dentro, ogni giorno. E tutti aspettavano bene o male qualcuno. Se quel qualcuno non arrivava era forse colpa sua? No di certo!

Ma per quanto cercasse di rassicurare sé stesso, il pensiero di quella povera vecchia che attendeva qualcuno lo faceva rabbrividire.

"Forse sto invecchiando" pensava il dottore "Non mi è mai capitato di stare così male nel vedere quanto misera è la vita. Che cosa mi sta succedendo?"

Alzò il ricevitore del telefono e compose d’impeto un numero.

Dall’altro capo del filo una voce maschile rispose con un tono che era tra l’assonnato e il furioso.

«Pronto?»

«Ciao sono Damiano... ti sto chiamando dall’ospedale»

«Che cosa vuoi? Mi hai tirato giù dal letto lo sai?»

«Scusa. Non avevo fatto caso all’ora»

«Che cosa vuoi?»

«Puoi fare colazione con me? Ho bisogno di un consiglio»

Si sentì una specie di risata soffocata.

«Vuoi un consiglio da me? Che ti prende vecchio volpone?»

«Non scherzare. E’ una cosa seria»

«Ah beh... quand’è così allora... certo!»

«Ci troviamo da Giuseppe?»

«A che ora?»

«Alle sette e mezza va bene?»

«D’accordo. Da Giuseppe allora»

«Grazie» rispose il dottor Serti. E riattaccò il ricevitore.

 

L’angolo di via Torricelli con via Alberici era formato da un edificio antico, con varie colonne che sorreggevano una balconata su cui svettava una bandiera tricolore che ondeggiava lievemente, stando al passo con la piacevole brezza mattiniera che accompagnava i viandanti assonnati. "Da Giuseppe" era il bar al piano terra che ospitava ogni giorno decine di medici che lavoravano al vicino ospedale di S. Patrizio. Il bar interno era considerato solo a portata dei pazienti e dei loro familiari; i medici preferivano attraversare la strada e gustarsi in pace i famosi tramezzini di Giuseppe senza dover incorrere in qualche canuto vecchietto che chiedeva consiglio sulla propria sciatica mentre loro si bevevano beati il primo cappuccino della giornata.

A un tavolino piccolo, in fondo alla sala, il dottor Serti aspettava impaziente il suo amico.

«Le porto qualcosa?» gli chiese un cameriere.

Ma non vi fu il tempo di rispondere perché il dottor Corradi si stava già avvicinando.

«Prendiamo il solito» disse questi dopo aver dato una sonora pacca sulla spalla al malcapitato inserviente.

«Sì. Il solito va bene» confermò Serti. Poi si rivolse all’amico.

«Dai siediti»

«Allora vecchio mio, che succede?»

«Vado subito al dunque» rispose il dottore.

«Certo! Lo sai che ho poco tempo. Tra mezz’ora devo essere in sala operatoria»

«E’ morta una mia paziente questa notte»

«Ma dai! Non mi dire» rispose ironicamente l’amico

«Diceva che doveva vedere una persona, prima di morire» continuò Serti ignorando il sarcasmo del suo interlocutore.

Improvvisamente questi assunse un’espressione seria.

«Lo dicono sempre» disse quasi a sé stesso.

«Sì ma questa volta è diverso. Quella vecchia era lucida. Sapeva quel che diceva. Ed era disperata! Voleva vedere assolutamente una persona. Pensa che non ha nemmeno voluto essere portata in sala operatoria. Non voleva morire, prima di averla vista»

«E allora?»

Il dottor Serti esitò prima di continuare.

«Pensi che debba cercare questa persona e dirglielo?»

L’amico lo guardò con un’espressione tra l’incredulo e il canzonatorio.

«Vuoi scherzare? Che diavolo c’entri tu?»

«Sì, la deontologia e tutto il resto. Non so che cosa ci fosse in quella vecchia, ma la sua attesa inutile mi ha fatto una gran pena»

A quel punto il dottor Corradi esplose in una grassa risata che infastidì Serti.

«Lo sai qual è il tuo problema? Stai invecchiando!»

«Già. E’ quello che ho pensato anch’io. Qualche anno fa me ne sarei completamente fregato ma ora...»

«Lo so a cosa stai pensando»

«Davvero?»

«Certo! Tu stai pensando: e se succedesse a me che in punto di morte voglio assolutamente vedere qualcuno e quel qualcuno non viene?»

Il dottor Serti annuì. Quello era esattamente il nocciolo di tutta la sua inquietudine. Da giovani non si pensa mai alla morte, nemmeno se si è costretti a vederla tutti i giorni per lavoro. Ma quando gli anni passano allora il discorso è diverso! Si comincia a capire che quel frangente sarà inevitabile e si vorrebbe fare di tutto perché ciò avvenga il più serenamente possibile. Questo voleva dire invecchiare.

La colazione terminò con un po’ di rammarico, da parte di entrambi. Era stata stabilita una verità sacrosanta. Nel momento in cui si erano alzati, quei due uomini pieni di fascino e di vita, sapevano che un giorno avrebbero dovuto morire!

Ora per Serti rimaneva il problema di dove cominciare per capire chi fosse quella persona che la signora Orti aspettava con impazienza. Non sapeva molto della signora Orti. L’aveva conosciuta come paziente, sapeva tutto dei suoi esami clinici, della sua condizione fisica. Ma chi era la signora Orti?

Non poteva fare indagini all’aperto. Lui era un medico. Il suo lavoro era quello di curare le persone che venivano da lui. Nient’altro. A proposito: chi aveva portato la signora Orti in ospedale?

Chiamò la caposala e rivolse a lei la stessa domanda.

«Non ricordo» rispose la donna

«Sulla cartella non è scritto immagino, vero?»

«No... però... È riportato di solito il numero di telefono dei parenti in caso di necessità»

«Già. E’ vero! Mi faccia avere quel nominativo. Dobbiamo pur avvisare che la signora è deceduta no?»

L’infermiera rimase qualche secondo in silenzio prima di rispondere. Che strano quel comportamento! Il dottor Serti non si era mai preoccupato di queste cose! Mai una volta, in tanti anni di servizio, lo aveva visto chiedere notizie dei suoi pazienti dopo la loro morte.

«Ci abbiamo già provato a contattare quel numero» disse infine la donna «Ma non risponde nessuno».

«Qualcuno ve lo avrà lasciato quando la signora Orti è venuta qui, no?»

«Ce lo ha lasciato lei»

«Ah... Fantastico! Figurarsi se una ottantenne in punto di morte si ricorda il numero che bisogna chiamare dopo che lei è spirata!»

Scoraggiato il dottore congedò l’infermiera.

E adesso? Non c’era alcun indizio. Niente. Solo un cadavere ancora fresco che non poteva più dire nulla.

Andò all’obitorio e chiese se poteva disporre degli effetti personali della signora. L’usciere, anche se titubante, disse che nessuno era venuto a reclamarli, così come nessuno era venuto a reclamare il corpo. Avrebbe ricevuto una sepoltura a carico del comune, come si faceva in questi casi.

«Avrà pure un parente, anche se lontano!»

E invece no. La signora Orti, a quanto pareva, era completamente e desolatamente sola. Il dottore aprì la piccola borsa con i suoi effetti personali. C’era un beauty case che aveva conosciuto tempi migliori, una vestaglia, e un portafogli, anch’esso logoro ai bordi. Dentro non vi erano documenti. Solo qualche spicciolo e la foto di un bambino. Era ingiallita e spiegazzata, come se fosse stata "utilizzata" in qualche modo. Il dottore provò ad immaginare la signora Orti giovane che baciava ripetutamente quel bambino e la signora Orti ormai vecchia che baciava ripetutamente la foto di quel bambino. Chissà se quella persona era ancora in vita. Chissà quanti anni doveva avere adesso. Chi era? Il figlio della Orti? Probabile. Anzi, quasi inevitabile. Di chi altri doveva tenere la foto nel suo portafogli?

Scosse il capo. "Lascia perdere vecchio mio" si disse interpretando il pensiero del dottor Corradi e immaginando che fosse lui stesso a ripetergli quella frase: "Lascia perdere!".

Il turno in ospedale terminò. Serti andò allo spogliatoio, si tolse il camice e gli zoccoli e indossò le sue scarpe di pelle nera, pregiatissima. Raggiunse i sotterranei e con un clic fece scattare la serratura della sua BMW.

«Buona serata dottore» lo salutò Hassan dalla guardiola.

Serti allungò il braccio senza parlare e attese che il custode facesse alzare la sbarra, poi sfrecciò sulla elegante fuoriserie e raggiunse la sua villa in aperta campagna.

Lui non aveva mai amato vivere in città. Il grigiore e le case troppo vicine gli davano un senso di soffocamento. Meglio farsi qualche chilometro in più e abitare in una zona verde, lontano da vicini troppo invadenti e curiosi e soprattutto respirare aria pura che non poteva che giovare a lui e alla sua famiglia.

Rincasò che oramai erano le otto passate.

La villa era immersa nell’oscurità. Nemmeno le luci in giardino erano accese. Di sicuro Dora e i ragazzi non c’erano. Un po’ deluso digitò il codice personale sulla tastiera a ridosso della porta d’ingresso e disinserì l’allarme.

All’interno regnava un silenzio che a Serti parve pesantissimo da sopportare. Fu interrotto soltanto dai timidi miagolii di Rosalinda, la gattina che tutti quanti, là dentro, amavano tantissimo.

A parte la gatta non c’era anima viva ad accoglierlo! In quel momento, di nuovo, Serti pensò alla vecchia signora Orti. Adesso si sentiva esattamente come lei. Solo.

Non era abituato ad ascoltare le sue sensazioni. Il suo lavoro gli aveva imposto di lasciare il cuore in un angusto spazietto del suo essere senza dover mai ascoltare ciò che gli veniva suggerito. Del resto, se non avesse fatto così, non avrebbe mai potuto esercitare la professione di medico. Sangue, morte, lacrime e dolore lo avrebbero accompagnato tutto il giorno tutti i giorni perciò il modo migliore per costruirsi una corazza era quello di ignorare ciò che vedeva e di pensare che in fondo "non era roba sua". Quel sangue, quella morte, quel dolore non gli appartenevano.

Ora però era diverso. In quell’istante tutta la solitudine della signora Orti gli apparteneva eccome. Era diventata sua. Anche lui stava aspettando e si chiedeva quanta disperazione doveva aver provato quella vecchia sapendo che non aveva tempo di aspettare! Terribile! In qualche modo sentiva che doveva fare qualcosa per lei, rintracciare quella persona. Le avrebbe detto quanto fosse triste vedere un vecchio che se ne va in solitudine abbandonato da tutti, soprattutto da coloro che ha amato così tanto.

«Ciao papà sei tornato?»

«Tesoro! Non sapevo che fossi a casa. Era tutto buio...»

«Ero di sopra a studiare...» mentì la ragazza

«Che dici? Mi prepari tu qualcosa da mangiare?»

«Lo farei volentieri papà, ma devo essere in palestra tra mezz’ora».

Deluso da quel rifiuto, rimase a guardare la ragazza mentre se la svignava, avvolta da un paio di leggings nere che secondo lui erano un invito a nozze per tutti i malintenzionati.

«Ci vai vestita così?» le chiese.

Non arrivò risposta alcuna. Annachiara oramai era grande, più che maggiorenne e lui non aveva alcuna autorità su di lei. Le cose stavano così punto e basta.

Rammaricato, se ne andò in cucina e tentò di prepararsi due sandwich con quello che c’era in frigorifero. Rosalinda venne a reclamare la sua parte di prosciutto e i due consumarono una cena frugale a un capo del grande tavolo di ciliegio che torreggiava in sala da pranzo.

Mentre masticava senza assaporare quel panino insipido prese distrattamente il telecomando del televisore e cominciò a fare un po’ di zapping come faceva quasi tutte le sere negli ultimi quattordici anni, da quando cioè gli era morta la moglie e si era ritrovato solo a gestire la crescita di due adolescenti, Annachiara e Vanni, che gli avevano dato un bel po’ di filo da torcere. Per fortuna che c’era Dora, la loro inseparabile governante che aveva preso in mano le redini della casa e la gestione di quelle due testoline matte. Dora era tutto per lui, senza di lei non avrebbe trovato neppure i calzini. Dora era quella casa e quella casa era Dora. Sentiva di doverla in qualche modo ringraziare un giorno ma sperava che quel giorno non dovesse mai arrivare. Di nuovo il pensiero della morte! A lui, a Damiano Serti! Il grande luminare che tutti i colleghi invidiavano e tutti i pazienti ammiravano. Lui era Dio! Era onnipotente! La morte non era cosa sua! Lui pensava alla vita, ci si attaccava in modo quasi morboso. Addirittura gli sembrava a volte che dormire significasse buttare via ore di vita e strappava alla notte tutto il tempo che poteva per vivere, per respirare e sentire quello che faceva il suo corpo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto e ogni secondo. Sempre! La vita. Che grande miracolo era! E che fine misera spettava ai destinatari di questo miracolo! Morte! I più fortunati morivano con le persone care al loro fianco, in un caldo e morbido letto, magari confortati dalle parole di un sacerdote che li accompagnava "all’uscita". Ma i più sfortunati? Morivano soli. Come la signora Orti.

Di nuovo quel viso, soprattutto quello sguardo e le labbra serrate gli si impressero nella mente e non poté più tirarsele via. Ma come mai accidenti! Si trattava solo di una vecchia, una delle tante, che cosa diavolo aveva di particolare quella signora?

Eppure...

Dato che era da solo e non aveva voglia di passare la serata rimuginando sui suoi pazienti moribondi o già defunti, decise che avrebbe fatto una passeggiata per il quartiere. Sarebbe andato allo Scottish bar; là avrebbe trovato qualcuno con cui condividere qualche ora in totale relax e sicuramente, dopo il secondo o il terzo bicchierino di whisky anche il viso della signora Orti se ne sarebbe andato via così come era arrivato.

Decise di portare con sé l’ombrello perché aveva da poco smesso di piovere ma, a giudicare dal cielo offuscato, pareva che dovesse ricominciare da un momento all’altro.

«No Rosalinda, tu no!» disse affettuosamente alla gatta che lo aveva seguito fuori dal cancello.

«Torna dentro, su»

La gatta rispose con un paio di miagolii forse di disapprovazione, tanto è vero che, anziché rientrare, se ne andò tranquillamente in strada, quasi per anticipare la passeggiata che stava per fare il suo padrone.

In lontananza si sentì il rumore assordante di una motocicletta che arrivava a tutta velocità.

«Rosalinda, spostati!» gridò il dottor Serti.

Fece per raggiungere la bestiola ma gli fu impedito. La motocicletta, sbandando, andò a sbattere contro il guard rail e, nella folle traiettoria, travolse il povero Serti.

Dopo qualche minuto calò improvvisamente il silenzio e nel buio della notte, il giovane motociclista, ferito e spaventato, raccolse le poche forze che gli erano rimaste per andare a soccorrere l’uomo che aveva investito e che ora se ne stava immobile, supino in mezzo alla strada. Con il cuore in gola, si tolse il casco e si avvicinò a quel poveretto.

La voce era concitata. Il respiro affannoso.

«Signore, la prego... mi faccia capire che è ancora vivo... L’ambulanza verrà tra poco. Non abbia paura»

Serti aprì debolmente gli occhi. Riuscì a vedere che c’era qualcuno chino su di lui ma non sapeva chi. Gli pareva una vecchia. Una vecchia che aveva sicuramente già visto ma non ricordava dove. Che cosa gli stava dicendo?

Alzò debolmente un braccio e indicò verso quella figura. Cercava di dire a quella persona che non aveva capito. Non riusciva a parlare.

Che cosa gli stava dicendo?

La persona gli si avvicinò di più ancora, forse per farsi sentire meglio. Provò a scandire bene le parole in modo da non avere alcun dubbio che sarebbero state comprese.

«Verrà a breve» disse

Serti si sentiva stranito; doveva aver subito una qualche forma di lesione cerebrale. Non percepiva nulla, nemmeno il dolore. Fece uno sforzo immenso, inimmaginabile, per permettere alle sue labbra di schiudersi e di far uscire un suono, debolissimo.

«Chi? ... Chi verrà?» riuscì a dire

Gli sembrò che la vecchia ridesse.

«La morte, mio caro!» rispose con voce roca

Il dottor Serti si abbandonò a quella risata stridula. Diventò un tutt’uno con quella vecchia e con quelle risa e poi... più nulla.

Sulla strada si formò un capannello di gente accorsa per dare una mano e per curiosare. Si vedeva un giovane motociclista mentre piangeva chino su un corpo inerte.

L’ambulanza arrivò e due esperti medici di bordo cominciarono la faticosa manovra di rianimazione. Il giovane motociclista ancora sotto choc li fissava senza guardarli.

«Non vedete che è tutto inutile?» gridò tra le lacrime.

«E’ tutto inutile!».

Uno degli inservienti andò verso di lui e gli cinse le spalle.

«Lo sappiamo» gli rispose «Ma è quello che facciamo ogni giorno e continueremo a farlo».

 

Un vecchio chiese a una signora chi fosse quel passante che era stato ucciso.

«Il dottor Serti» rispose la donna «Il grande luminare. Se ne è andato. Per sempre».

Una volta che il corpo del dottore venne rimosso, anche il capannello di persone sembrò sciogliersi quasi all’istante.

La pioggia, che aveva ricominciato a scrosciare senza sosta, avrebbe lavato ogni traccia di sangue e l’indomani non ci sarebbe stato più nulla.

Nulla.

 

 

 

"La vita, capite? Voi avete ancora la vita. E niente è più soave del canto della vita, della sua forza brutale e infinita. Non si può resistere. Ed è un miracolo. Intorno a voi regnano morte e distruzione, ma dentro di voi regnano pace e amore. E nel momento in cui vi accorgete di questo, si materializzano cose bellissime, mai viste prima e che mai vedrete più..."

(da "Il segreto di Rosalinda" )

Giovanni"... Va, o canzone
vola lontano portando il mio Amore
a colui che mi ha fatto riavere la vita.
Giovanni è il suo nome
E il mio augurio per lui sia di gioia infinita"

(da "Grande Auriga" 08/10/2007)