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Il giudice Marina Dubazzi accavallò nervosamente le belle gambe mentre ascoltava la deposizione del dottor Diliegi; non sapeva nemmeno lei perché, ma le parole pronunciate da quell’attempato luminare la scossero non poco.
Quell’individuo le ricordava suo padre, anche lui medico, anche lui pacato nei modi ed elegante nella figura, anche lui con pochi, radi capelli bianchi come lei lo aveva visto fin da bambina.
Il dottore stava raccontando di come si era innamorato di Sarah, la giovane vittima di quella assurda tragedia, per la quale adesso quell’uomo veniva processato. Si erano amati sin dal loro primo incontro.
Quasi senza volerlo, Marina con la mente era tornata indietro di quarant’anni, quando, da adolescente, anche lei come Sarah aveva vissuto un amore totalizzante e proibito che l’aveva segnata per sempre e, in un certo senso, aveva determinato la sua scelta di diventare prima un magistrato e poi un giudice.
Si ricordò di quando usciva di nascosto dalla porta di servizio e si appartava in quello che lei chiamava “il suo angolo segreto”, all’ombra del salice piangente che torreggiava sul retro della grande casa di Arezzo, dove era nata e cresciuta. O di quando, nelle sere calde d’estate, Rolando, senza pensare al pericolo, si arrampicava fino a raggiungere la finestra della sua stanza e facevano l’amore indisturbati per tutta la notte.
Suo padre, se l’avesse saputo, non avrebbe mai tollerato che frequentasse quel poco di buono del figlio del carrozziere; ma lei lo trovava terribilmente attraente, con quei suoi lunghi capelli rossicci, sempre arruffati e gli occhi di un azzurro intenso, profondi e intelligenti, nonostante volessero far credere il contrario.
Una volta Rolando, con le mani unte di grasso di motore, le aveva sporcato quel bel vestito bianco che le aveva regalato la nonna. Era un finissimo tessuto di Armani a cui lei teneva in modo particolare. Tra le lacrime, lo aveva insultato con quanta cattiveria aveva potuto, povero Rolando!
Ora quel ricordo era sbiadito. Dagli anni e dal dolore. La vita per lei aveva proseguito il suo corso. Da vivace e graziosa ragazzina si era trasformata in una donna intraprendente e sicura di sé, aveva frequentato legge alla Sapienza, era volata negli Stati Uniti, aveva fatto un master a Philadelphia e aveva conosciuto Raymond Duman, giovane e stimato avvocato penalista; aveva fatto in tempo a sposarlo, a rimanere incinta, ad abortire, a divorziare e a tornare in Italia.
Lei era un giudice. Rolando invece, o quello che restava di lui, era sepolto al cimitero comunale, morto non si sa come, pochi giorni dopo quel triste incidente delle mani sporche; non aveva neanche avuto l’opportunità di scusarsi con lui, di fare pace. Quando venne a sapere della morte del ragazzo proibì alla nonna di lavarle il vestito, perché voleva che l’impronta di Rolando rimanesse sempre con lei. Che non se ne andasse mai.
E così fu. Rolando non se ne andò mai del tutto. Era sempre rimasto, e guardava gli eventi della vita come se fosse stato dietro una tenda che di tanto in tanto si scostava e faceva apparire la sua immagine, nitida e terribile, carica di tutta quella energia che il ragazzo non aveva fatto in tempo a spalmare nel corso di una vita.
Adesso il dottor Diliegi stava parlando della signora Berardi, la madre della vittima, e Marina andò di nuovo col pensiero alla sua infanzia. Curioso, si disse, come la sua vita assomigliasse a quella di Sarah: aveva un padre che poteva benissimo essere il fratello gemello della signora Berardi. Anche lui geloso, anche lui arrabbiato col mondo, anche lui convinto che la figlia fosse una cosa di cui disporre a piacimento; anche lui di ostacolo al suo grande amore adolescenziale, anche lui cattivo. Molto cattivo. Anche lui, come la signora Berardi, avrebbe fatto di tutto per riprendere possesso della vita della figlia. Con l’unica differenza che la signora era una ignorante, ricca donna isterica capace solo di parlare a vanvera; suo padre, al contrario, era un pacato e freddo anestesista che delle parole non sapeva proprio cosa farsene: lui passava subito ai fatti.
Ora il dottore stava raccontando di come era stato necessario compiere quel gesto estremo per porre fine alle sofferenze di Sarah. Mentre pronunciava quelle parole, Marina scorse quasi un sorriso sulla faccia del luminare; sembrava liberato da un’angoscia che altrimenti sarebbe stata senza fine. E si sentiva onnipotente. Marina ne era sicura: quello era un sorriso di onnipotenza.
Quasi senza rendersene conto, andò col pensiero al funerale di Rolando e nella foschia delle immagini che si susseguivano senza contorni nella sua mente, riuscì ad avere perfettamente nitido un solo particolare: suo padre che guardava quella piccola bara nocciola con un accenno di sorriso. Lo stesso maledetto sorriso di onnipotenza. Lei lo aveva sempre saputo, ma non aveva mai voluto saperlo. Aveva visto, ma non aveva voluto vedere. Ora il dottor Diliegi, involontariamente, le scaricava addosso tutta la responsabilità che per lunghi anni l’aveva attanagliata e non le aveva mai permesso, nemmeno per un istante, di far riposare la sua coscienza. Rolando era sempre stato con lei per ricordarle la sua colpa!
Il processo terminò con l’arresto del dottore e ancora una volta Marina vide suo padre in manette dietro le sbarre. Quello pensò, doveva essere il giusto epilogo di una storia maledetta: il dottor Diliegi era in carcere per aver ucciso Sarah e suo padre sarebbe stato in carcere per aver ucciso il suo Rolando. Sarebbe andata alla casa di Arezzo quella sera stessa e lo avrebbe fatto confessare.
Quando arrivò alla villa era quasi mezzanotte ma non vi trovò nessuno. Peccato che suo padre non vi fosse, perché la sua vendetta avrebbe dovuto aspettare ancora.
Impulsivamente salì le scale e raggiunse quella che era stata la sua camera da letto. Era rimasto tutto così come lei l’aveva lasciata, ancora molti anni fa. La moquette rosa, il tavolino da trucco, la sua bellissima bambola di porcellana. E il grande letto a baldacchino, che tante volte aveva ospitato il suo amore per Rolando. Quel ricordo si fece molto vivo nella sua memoria. Vivo a tal punto da credere che Rolando fosse ancora là, steso tra le coperte con il sorriso compiaciuto di chi ha appena assaporato così dolci momenti. Era incredibile, ma quasi riusciva a percepirne persino l’odore. Rolando, il figlio del carrozziere, con i capelli rossi e gli occhi acuti. Rolando, quel poco di buono. Rolando che aveva lasciato una macchia scura sul suo candido vestito. Rolando, che aveva fatto di suo padre un assassino e di lei una complice, marchiando per anni la sua esistenza e quella della sua famiglia.
Quel pensiero la fece rabbrividire. Improvvisamente avvertì una strana brezza provenire dall’esterno. Scostò la tenda per accertarsi che la finestra fosse chiusa. Ma non lo era!
Nell’oscurità della notte si udì un urlo di terrore soffocato da un tonfo secco.
Rolando fu l’ultima cosa che vide prima di addormentarsi per sempre.
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