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Il traguardo di Alessandra Orsolato,
finalista al Jaques Prevért del Club degli autori
con il romanzo "L’arco di Eros"
Scrittrice con un thriller nato per caso
Personaggi che crescono grazie a una propria forza su uno sfondo che inizialmente doveva essere rosa e che invece si tinge inaspettatamente di giallo. Il risulato è un thriller, la storia di un intreccio di esperienze normali, tra cui spicca quella di una donna. Il finale è solo in apparenza tragico. A scrivere è Alessandra Orsolato, 33 anni, caprinese, che della sua passione per la scrittura ha fatto prima uno sfogo privato, poi un impegno costante che l'ha portata al suo primo libro, edito venerdì 18 novembre. Questo suo lavoro, L’arco di Eros, le è valso la nomina tra i finalisti all’undicesimo Premio letterario Jaques Prevért 2005, indetto dal Club degli autori.
La giuria ha definito il romanzo «meritevole di pubblicazione»; la Orsolato è stata contattata dalla casa editrice Montedit di Melegnano, Milano, e per fare uscire questa edizione ha dato un contributo. Per lei, comunque, sono state tali l’emozione e la gioia di entrare tra i finalisti che per rendere più strenna questo libro non avrebbe badato a spese. «A monte di queste pagine c’è il mio rompere il ghiaccio», dice Alessandra, «il libro rappresenta una tappa importante, mi ha dato la certezza che quando scrivo sono me stessa e che quindi devo farlo. Quando decisi di partecipare al concorso fu per caso, questa però è una conferma che dà più forza». La protagonista si chiama Rachele, è succube di un amore che la porta a trasformarsi in vittima. Non reagisce, non fa nulla per cambiare e soccombe.
«Purtroppo non ho fatto che analizzare vite di tutti giorni», prosegue la nuova autrice, «si intrecciano in queste pagine le esistenze di personaggi che incontro abitualmente, tra cui molte donne come Rachele che, invece di costruire, distruggono. Il monito che suggerisco, anche a me stessa, è che così non va, che un colpo di coda può bastare per raddrizzare molte cose, perché altrimenti si crolla». Poco conta che in fondo a queste 125 pagine non ci sia lieto fine: «È una catarsi, il finale tragico è simbolo di rinascita».
I personaggi hanno preso forma in momenti di tristezza e abbattimento, ciascuno percorrendo la propria strada: «Scrivevo di loro durante i fine settimana o per occupare certe giornate di non azione. Avevano la vita di un’ora e di una riga. Ad un certo punto mi accorsi che giorno per giorno, appunto su appunto, ciascuno, da sé, prendeva un’anima. Decisi di farli incontrare, di dar loro una trama e il gioco è riuscito. L’unico imprevisto è che volevo scrivere un romanzo d’amore e invece è uscito un thriller. Ma ho dovuto ascoltare i miei personaggi».
Il lavoro che per Alessandra Orsolato non sarebbe finito mai è stato quelo di limatura. «Terminata la fase dell’analisi, ho iniziato a ordinare capitoli e paragrafi, a guardare nei dettagli lo stile e la forma, continuavo a leggere e a rileggere tutto e ogni volta correggevo. Lo scorso Natale ho sottoposto il potenziale risultato a un’amica, chiedendole di dirmi se avrebbe partecipato al concorso oppure no. Lei lo lesse e mi disse di provare».
Alessandra l’ascoltò: «Considerai un traguardo il solo fatto di partecipare e invece mi comunicarono che ero tra i finalisti, che il mio libro sarebbe stato pubblicato e fu una bellissima sorpresa». Un lieto fine vero. |